23
Novembre 2017
Viaggio in Giappone: le stagioni di Natsume Sōseki

Viaggio in Giappone: le stagioni di Natsume Sōseki

Scritto da: Paola Quarantelli

Sono molti ormai i volumi del nostro catalogo che appartengono alla cultura giapponese. Il mio lavoro per arrivare a mandare in stampa questi libri è sempre reso intenso da un profondo piacere e una forte tensione.

Il piacere deriva da una lettura attenta e da un confronto serrato con il traduttore da cui imparo sempre molto. La tensione nasce dalla consapevolezza di muovermi «al buio», senza poter consultare il testo originale.

Non conosco il giapponese e questo, se si deve compiere una revisione di un testo in quella lingua, è un problema non da poco. In questi casi è necessario ricorrere a traduttori di comprovata serietà ed esperienza, e si deve mettere in conto un ventaglio di approfondimenti molto più sfaccettato.

La cosa che più temo nel lavoro di redazione è di adattare qualunque cosa su misura per il lettore italiano. Non vorrei nessuna addomesticazione, non cerco nessun equivalente di comodo che tolga specificità culturale e storica al testo. Certo sarà scritto in italiano e questo comporterà necessariamente qualche adattamento, per non costringere un universo di parole e pensieri in una letteralità che ammazza qualunque prosa.

Per diradare quel buio, ho fatto ricorso a molte domande, lunghe riflessioni, letture ripetute, cioè a tutto quello che serve per provare a sintonizzarsi con la voce del testo e dell’autore e mettersi in ascolto fiduciosi.

 

L'Eijitsu Shōhin di Sōseki 

La revisione di  Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera di Natsume Sōseki, è stato un lavoro appassionante che, alle difficoltà già note, aggiungeva quella di doversi misurare con la differenza di tono, invenzione, stile e sfondo dei singoli racconti. Ognuno di essi rappresentava una sfida a sé, tanto più se tutto doveva funzionare nella misura delle poche pagine di cui si componeva.

La raccolta di Sōseki richiedeva già dal titolo uno sforzo di trasposizione: Eijitsu Shōhin
Come recita nella prefazione Tamayo Muto, traduttrice del libro: «Shōhin significa piccole opere, mentre originariamente Eijitsu è un termine cinese antico: significa giornata lunga e racchiude il concetto di una giornata di primavera sulla quale non tramonta il sole. Indica una giornata che, di per sé, rallenta nello scorrere del tempo». Ma la particolarità del significato di Eijitsu Shōhin risiede nelle sue ulteriori sfumature: Eijitsu è un termine che si riferisce al solstizio d’estate, al 21 giugno, ma nel mondo degli haiku è riferito alla primavera, inteso anche come sensazione. Ovvero quel sentimento con cui attendiamo con impazienza l’arrivo delle calde giornate di primavera.

Vento d'autunno: il Nowaki 

Dopo l'esperienza dei racconti, va da sé che ho aspettato con ansia ed emozione la consegna del nuovo testo di Sōseki,  Raffiche d'autunno. Volevo risentire la sua voce, o meglio vedere le cose come lui voleva che le vedessero i lettori. Perché a me sembra che, più che raccontare, lui dipinga linea dopo linea, colore dopo colore, dettaglio dopo dettaglio.

Questa volta si tratta di un romanzo e forse mi aspettavo fosse più facile. Se in parte posso dire che lo è stato, le sfide non sono mai poche con le traduzioni.

Così come per i racconti, si può partire dall'inizio, dal titolo originale: Nowaki.
Quando ne abbiamo parlato con Laura Testaverde, traduttrice di questo romanzo, mi ha spiegato che Nowaki significa «apri campo» ed è il termine con cui si indica un vento che con le sue forti raffiche divide e apre l’erba dei campi:

«Nella tradizione letteraria giapponese esiste un preciso codice legato alle stagioni, per cui alcuni termini indicano una certa stagione o un momento preciso della stessa, e i nomi dei venti ne fanno parte. Qualche giorno fa sono andata a vedere una mostra su Sōseki alla Nishōgakusha dove nel 1881 lui ha studiato poesia classica cinese. Ho visto esposta una lettera che costituisce un piccolo enigma. Un signore lì presente mi spiegava che, dai termini usati, si capisce chiaramente che la lettera è stata scritta a marzo o aprile, ma è datata ottobre. Alcuni pensano che sia un sintomo dell’aggravamento della nevrosi dello scrittore. Quando ho chiesto perché fossero sicuri che la lettera fosse stata scritta in primavera, mi ha indicato alcuni termini sparsi nel testo. Anche noi parleremmo, forse in una lettera, dei fiori che vediamo fuori dalla finestra, ma le parole scritte da Sōseki rispondevano esattamente a quel codice semanticoprimaverile e non autunnale, e rappresentavano una precisa indicazione».

Questo può dare un’idea di quanto sia difficile traghettare i testi di Sōseki in italiano, senza appiattire ogni rilievo e dissipare un patrimonio di immagini e sensazioni.

Poteva avere senso conservare il titolo originale (come peraltro aveva deciso di fare l’editore inglese)? Sì, ma bisognava fornire il significato di questa parola e su questo Laura scrive:

«Nella traduzione del romanzo di Sōseki, il vento che soffia quando Dōya, uno dei protagonisti, fa la sua conferenza, è il Kogarashi, letteralmente "secca alberi". Un vento tipico del periodo tra la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno. Nowaki è un «kigo» (un termine, cioè, relativo alle stagioni, proprio come Eijitsu) che si riferisce all’autunno. Kogarashi invece parla dell’inverno. Ora, se pensiamo di lasciare tutti i termini di questo genere in giapponese, sorgono due problemi: il primo è che le note e il glossario, già abbondanti, diventerebbero davvero ingombranti. Il secondo è che, comunque, non si riesce a rendere a parole la sensazione di un vento, l’atmosfera di un determinato momento in un determinato luogo».

Se con i titoli abbiamo cercato a lungo di essere il più fedeli possibili alla lingua e alla cultura giapponese, non sempre è stato possibile esserlo con tutta una serie di termini presenti nel testo.

Un esempio, meno essenziale del titolo, è rappresentato da una parola che in Raffiche d'autunno ricorre in due occasioni: ebicha. In giapponese sarebbe «marrone gamberetto» («cha» è il carattere per «tè», la bevanda, e «cha iro», color tè, è il marrone). Ma a noi che colore viene in mente se qualcuno ci dice che una cosa è marrone gamberetto? E anche il riferimento al tè è meno forte per noi, che forse pensiamo soprattutto al tè inglese e non abbiamo in mente un colore preciso per questa bevanda.  

Con Laura siamo arrivate a tradurre ebicha con «marrone rossiccio». Di certo il lettore vedrà lo stesso tono di colore che un giapponese ha in mente, ma il riferimento che lo veicolava è andato perduto. Forse non sarà una gran perdita, ma dà la misura dei compromessi in gioco.

La tensione di cui dicevo all’inizio è alla fine duplice: quella di chi conosce la responsabilità che il lavoro di revisione comporta e quindi spesso un tormento insolubile, e di aspirazione a non lasciare nulla di intentato ed esplorare ogni piega del testo, grazie alla guida sapiente del traduttore.

La storia di Doya e Takayanagi 

Per quanto riguarda il romanzo e quello che ha detto a me, direi che il tema centrale è quello della ricerca che ogni essere umano affronta nel porsi nei confronti degli altri e della vita. I due protagonisti, Dōya e il giovane Takayanagi, sentono lo stesso bisogno di una scelta etica profonda, ma rappresentano due modi differenti di viverla. Davanti al bivio esistenziale tra una via larga e battuta che tiene conto delle convenzioni e dei compromessi, del modus vivendi più facile, e il sentiero impervio e solitario dei principi ideali, della Giustizia e della Equità, compiono la stessa scelta, ma Dōya è sereno nella piena consapevolezza di quello che comporta, mentre il giovane è ancora tormentato e rancoroso.

Alla luce di ciò, il significato letterale di Nowaki (apri campo) sembra particolarmente suggestivo: evoca una forza dirompente che «divide» e porta scompiglio. Anche se... la fine del romanzo si rivela una sorpresa per tutti, i due protagonisti compresi.


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