11
Giugno 2020
Carlo Coccioli

Diario editoriale #14: Uomini in fuga. Coccioli e la tragedia dell’alcolismo

Scritto da: Paola Quarantelli

«Coccioli! Chi era costui?», mi sono chiesta quando in casa editrice si è cominciato a parlare di lui, “ruminando” come don Abbondio su Carneade prima che la nota “burrasca gli si addensasse in sul capo”. Sì, perché di primo acchito questo nome a me diceva poco o nulla, come credo sia accaduto a molti leggendo le tante recensioni che sono apparse su tutti gli inserti letterari dei quotidiani più importanti o ascoltando la bella puntata che gli ha dedicato Fahrenheit su Radiotre a metà maggio. 

Qualcuno forse si sarà ricordato di aver letto uno dei suoi romanzi in prima edizione (e più d’uno avrà pensato: finalmente!, era ora che si ritornasse a pubblicarlo), ma soprattutto – io spero – altri avranno provato la curiosità di leggere qualcosa di suo, scegliendo tra quello che ora è disponibile in libreria. Nuovi lettori come me, che a questo punto ho già mandato in stampa cinque delle sue opere, e mi appresto a mettermi al lavoro sulla sesta, Piccolo Karma

Dopo aver dedicato tante ore a questi testi, potrei anche dire di sapere parecchio del loro autore. Di certo ho cercato di trovare una sintonia profonda con lui e la sua scrittura attraverso la lettura ripetuta dei volumi che abbiamo già dato alle stampe e il preziosissimo confronto con Marco e Margherita Coccioli. Se si trattasse di un altro autore potrei anche convincermi di avere fatto un percorso degno di nota, ma ho la fondata impressione di avere ancora della strada da fare nell’esplorazione del suo mondo. Oltre alle diverse edizioni che molte sue opere hanno avuto in Italia e nelle varie lingue, per cui è necessario ricostruire ogni volta i “precedenti” del testo, il fatto è che il Nostro è uno scrittore ben poco “prevedibile”, per nulla incasellabile in un filone letterario e tanto meno gli si può attribuire un genere di narrativa troppo preciso. È così libero nello scegliere le sue storie e il modo di raccontarle, da lasciarmi sempre stupita e avvinta. 

Ogni suo libro è diverso dagli altri e la trama di per sé non è così significativa per dire qualcosa di lui. Certo la storia che si propone di raccontare è ciò che determina anche il tono, lo stile, il ritmo del testo. Ma tra le parole che hanno raccontato don Ardito del Cielo e la terra, la storia dell’ Erede di Montezuma, Budda o i tanti personaggi di Uomini in fuga si affaccia sempre il suo sguardo profondamente partecipe, così attento ai sentimenti dei suoi protagonisti, alla loro vita, al dolore che li ha trafitti a un certo punto, alla strada talvolta intollerabile che stanno percorrendo o da cui provano a riscattarsi. 

Finora è stato forse Uomini in fuga a toccarmi più nel profondo. 

Un romanzo a modo suo, direi al modo di Coccioli. Nato in seguito alla frequentazione dei gruppi messicani di Alcohólicos Anónimos, esplora quella malattia atroce che è l’alcolismo, tutt’altro che un semplice vizio come viene di solito considerato. È piuttosto quasi un destino personale che marchia a fuoco tanti – ricchi, poveri, vecchi, giovani, uomini e donne di tutte le latitudini – al punto che la loro vita è di fatto una morte lenta e inesorabile, a piccole dosi, ogni giorno, senza scampo. 

È un racconto corale perché è tutta la variegata umanità dell’universo alcolista a incrociarsi nel corso delle quattrocento pagine. Non solo gli “uomini in fuga”, quelli che sono abitati dal Mostro, quell’Altro “che scaturisce di colpo, inevitabile, spietato, da un essere umano che non è dissimile da te o da me; anzi forse è più mite”, ma anche tutti i loro cari, genitori, fratelli, coniugi e figli. 

A parlare con e insieme a Dionisio, Pilar, Juan Manuel, Teodoro e gli altri tantissimi alcolisti anonimi è Carlo Coccioli, che aveva conosciuto l’orrore di una persona cara che sistematicamente si distruggeva bevendo. La storia che viene raccontata è quella di una guerra contro il morbo che si combatte ogni giorno, limitandosi rigorosamente alla prospettiva di quelle ventiquattr’ore, e che si può vincere solo con il “gruppo”, con la condivisione di fallimenti e vittorie, con la consapevolezza che la lotta non avrà mai fine ma esiste un’entità superiore che può salvare.

Il racconto, sempre magistralmente controllato, raggiunge un’intensità quasi palpabile che mi ha trascinato nelle esistenze di carne e sangue di uomini e donne spasmodicamente alla ricerca di una vita libera dal Mostro e finalmente con un senso e uno scopo. Quel senso e quello scopo che Coccioli non ha mai smesso di cercare e indagare di libro in libro nel corso di tutta la sua vita per sé e per i suoi simili. 


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