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Ottobre 2019
Jack Kerouac

Quando Jack Kerouac inviò una sua poesia a un gruppo di adolescenti nel 1958

Scritto da: Ron Padgett

Pubblicato su «La Lettura» a giugno 2015, riportiamo il racconto di Ron Padgett sulla storia della «The White Dove Review» e di quando Jack Kerouac inviò il suo contributo per il primo numero della rivista.

Nel 1958, tre amici e io realizzammo qualcosa che allora ci parve normale, ma che mi hanno detto sia stato straordinario: pubblicammo una piccola rivista di arte e letteratura d'avanguardia
Quattro cose resero questa avventura davvero insolita: 

  • - avevamo 16 e 17 anni
  • - venivamo dalla classe operaia
  • - vivevamo a Tulsa, una piccola città conservatrice e culturalmente arida dell'Oklahoma, USA,
  • - siamo riusciti a pubblicare l'opera di alcuni scrittori che, da lì a poco, sarebbero diventati famosi in tutto il mondo.

Tutto cominciò quando il proprietario dell’unica buona libreria della città mi disse di un eccitante gruppo di giovani scrittori che chiamava Beat Generation. Mi orientò nella direzione di alcuni editori d’avanguardia come Grove Press, New Direction e Lawrence Ferlinghetti’s City Light Books, i cui libri (ne era certo) mi avrebbero conquistato. Grove pubblicava anche una rivista chiamata «The Evergreen Review», che lessi con grande entusiasmo, poiché non c’erano solo i Beat, i Black Mountain e i poeti della Scuola di New York, ma anche gli scrittori europei contemporanei come Sartre, Genet, Camus, Beckett e Ionesco.

Nelle ultime pagine riportava anche la pubblicità di piccole riviste letterarie, a ciascuna delle quali mi abbonai immediatamente. Una di queste, «Yugen», era la mia preferita, così cominciai una fitta corrispondenza con il suo editore, il poeta LeRoi Jones (più tardi, Amiri Baraka). Un giorno, osservando bene «Yugen», mi accorsi di quanto artigianalmente fosse stampata e mi venne l’idea di dar vita a una rivista simile, così da poter pubblicare le poesie e le opere dei miei amici di Tulsa.

Uno di loro era il mio vicino di casa, Dick Gallup, che all’epoca aveva 17 anni. Gli chiesi di unirsi a me in questa avventura e poco dopo invitai anche un altro studente del nostro liceo,  Joe Brainard, che allora conoscevo solo come il miglior artista della scuola. Solo più tardi chiamai un altro compagno, anch’egli studente d’arte, Michael Marsh. Poi presi l'elenco telefonico e scelsi un tipografo, che mi diede una stima dei costi e qualche consiglio su come preparare le pagine per la stampa.

Nel frattempo Dick e io inviammo alcune lettere agli scrittori che amavamo. Non conoscevamo i loro indirizzi, così le spedimmo all’attenzione dei loro editori. 
Gli raccontammo dei nostri sedici anni e chiedemmo loro se volevano mandarci uno scritto per la nostra rivista nascente

Un giorno, non molto tempo dopo, mentre ero a letto con l’influenza, arrivò una busta. Conteneva una lettera e una poesia per la rivista… di Jack Kerouac! Saltai giù dal letto e corsi (come un pazzo) per la strada, fino a casa di Dick, agitando la busta e gridando. La mia influenza svanì d’un colpo.

The Thrashing Doves

di Jack Kerouac

The thrashing doves in the dark, white fear,
my eyes reflect that liquidly
and I no understand Buddha-fear?
awakener’s fear? So I give warnings
‘bout midnight round about midnight

 And tell all the children the little otay
story of magic, multiple madness, maya
otay, magic trees- sitters and little girl
bitters, and littlest lil brothers
in crib made of clay (blue in the moon).

 For the doves.

Per il primo numero che apriva con la poesia di Kerouac, Joe ideò una copertina geometrica ispirata a Mondrian. Con il suo aiuto progettai le pagine interne e scelsi il carattere tipografico. Mi procurai una macchina da scrivere elettrica, buttai già i testi e li mettemmo insieme. 

White Dove Review

«The White Dove Review» - vol.1
Copertina disegnata da Joe Brainard

Via via che le pagine uscivano dalla macchina, Dick, Joe, Michael e io le raccoglievamo, piegavamo e spillavamo insieme, tutto a mano, nella mia camera. Usavamo una cucitrice a sella, che ci comprò mia madre: bisognava spingere a fondo, con forza, per inserire tutti i punti, e il palmo della mia mano ne uscì contuso.

Spedimmo le copie agli amici e agli scrittori per mostrar loro il nostro lavoro e vendemmo alcune copie (a 25 cents l’una) nella libreria locale, nella quale nel frattempo ero stato assunto come commesso. Mandammo alcune copie anche a qualche libreria simpatizzante in giro per il Paese, soprattutto a New York and San Francisco. Abbiamo ottenuto perfino qualche abbonato, tra le quali anche la futura scrittrice di fantascienza Ursula Le Guin. Ecco la portata del nostro “sistema di distribuzione”.

Non molto tempo dopo aver ricevuto quella lettera da Jack Kerouac, arrivò una poesia commovente di Allen Ginsberg (My Sad Self) e altre divertenti e alla moda di LeRoi Jones. Entrambi furono generosi nel darmi consigli editoriali e suggerirmi quali scrittori pubblicare e come contattarli. Nei cinque numeri successivi uscirono le poesie di Robert Creeley, Gilbert Sorrentino, Peter Orlovsky, Paul Blackburn e quelle dei meno conosciuti, ma altrettanto eccitanti David Meltzer, Ron Lowensohn e Fielding Dawson. Kerouac inviò molti altri lavori. Includemmo anche scrittori dei quali non avevamo mai sentito parlare, insieme ad alcuni autori locali. Purtroppo pubblicai anche alcune delle mie poesie, che oggi non riesco a leggere senza imbarazzo.

Molte persone che contattammo ci risposero, ma senza aderire.

Malcolm Cowley – Dick e io ammiravamo molto il suo libro sulla Lost Generation, Exiles Return – ci disse di essere terribilmente occupato, ma che avrebbe provato a mandarci qualcosa, in futuro. Dopo una breve corrispondenza, E.E. Cummings decise di non pubblicare i suoi scritti accanto a quelli dei Beat, poiché egli pensava a loro e alla borghesia come a “due facce della stessa medaglia”. 

Tutte le opere d’arte che pubblicammo erano di artisti locali, i maggiori sostenitori della rivista. Molte persone in città, gente che incontravo in libreria, donarono soldi per i numeri a venire. Pensando agli standard di oggi, i costi allora erano ridicoli, circa 75 dollari per le 200 copie di ciascuna uscita.

Al tempo, Kerouac e Ginsberg erano già conosciuti negli Stati Uniti, ma non avevano ancora raggiunto la fama internazionale. Ma in verità, a me e a Dick non importava che fossero famosi o meno, noi eravamo affascinati dal loro lavoro.

Nel settembre del 1960 mi diressi verso Est, al college, a New York. Con me, sul treno, c’era Joe Brainard, che dopo aver visitato la Grande Mela, partì per l’Ohio per frequentare la scuola d’arte. Dopo qualche settimane accolsi l’invito di Ginsberg di telefonargli non appena fossi arrivato in città; lo feci, e un’ora più tardi chiacchieravo con lui nel suo appartamento. Mi prestò il The Tibetan Book of the Dead e Our Lady of the Flowers. Alcuni giorni dopo incontrai LeRoi Jones, Joel Oppenheimer e altri poeti al Cedar Bar. A novembre Joe abbandonò la scuola d’arte e si trasferì a New York, e circa un mese dopo che Ted Berrigan si unì a noi, lo seguì anche Dick Gallup. Ci gettammo su New York come i Fratelli Marx.

Nel corso degli ultimi anni che trascorsi a Tulsa, la mia città natale mi sembrava sempre più opprimente e provinciale, ma oggi capisco che era animata da una piccola comunità solidale di persone senza le quali la rivista non avrebbe potuto esistere: amici, artisti, poeti, un tipografo e i miei genitori.

Avevo intenzione di far uscire un sesto numero del magazine mentre ero a New York, ma una volta lì, decisi di interrompere le pubblicazioni.

A Tulsa, la rivista rappresentò la porta d’accesso per un mondo più grande, ma a New York vidi migliaia di portoni aprirsi intorno a me. I successivi nove anni nella Grande Mela portarono personali di Joe Brainard e la pubblicazione dei libri di Ted, di Joe, Dick e dei miei. Il mio Editoriale sul primo numero della «The White Dove Review» si concludeva così: La colomba bianca sbatte le sue ali. Per un po’ ha girato su di noi, poi è volata via e io ho cominciato a pensare al progetto come a una cosa modesta, fatta da un adolescente, fino a quando negli ultimi anni molte persone mi hanno detto quanto questa avventura sia stata straordinaria.

Oggi quasi sessant’anni dopo, e nonostante il fatto che «The White Dove Review» occupi solo una piccola nicchia nella storia di piccole riviste, sto iniziando a essere d’accordo con loro.


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