17
Gennaio 2019
La ragione del male di Rafael Argullol

«La ragione del male» di Rafael Argullol: un estratto dal libro

Scritto da: Redazione

«Un romanzo concepito per turbare la nostra buona coscienza e far saltare in aria alcune nostre convinzioni, come quella che ci induce a credere che il nostro sia il migliore dei mondi possibili».
– El País

La ragione del male di Rafael Argullol racconta la cronaca di un male misterioso che trasforma in «esanimi» gli abitanti di una città immaginaria. Una città senza nome, attanagliata dalla paura contemporanea di perdere privilegi e benessere. Misure eccezionali, censura e superstizione saranno l'antidoto al marasma generale, ma cosa cambierà una volta ristabilita la normalità?
Un romanzo distopico fitto di reminiscenze esistenzialiste e kafkiane che oggi, 25 anni dopo la sua prima edizione, leggiamo come premonitore perché descrive una società facilmente riconoscibile. 
Qui di seguito il primo capitolo del libro.

 

In principio furono vaghe voci, poi incertezza e sconcerto, alla fine scandalo e timore. Quello che si trovava a fior di pelle affondò nello spessore della carne, attraversando tutto l’organismo fino a rivoltare le viscere. Quello che permaneva nell’intimo fu estirpato con la forza per essere esposto all’oscenità degli sguardi. Con l’eccezione convertita in regola fu necessario promulgare leggi eccezionali che fronteggiassero la dissoluzione delle norme. Le voci si fecero cupe quando si constatò che la memoria partecipava al ballo con la maschera dell’oblio. E al culmine della vertigine le coscienze ammutolirono dinanzi alla conferma che quel mondo alla rovescia, in cui nulla era com’era stato previsto, quel mondo così irreale era, in definitiva, il vero mondo.

E tuttavia, prima che gli strani avvenimenti se ne impadronissero, si trattava di una città prospera che faceva gioiosamente parte della regione privilegiata del pianeta. Era una città che, a giudicare dalle statistiche pubblicate regolarmente dalle autorità, poteva essere ritenuta a maggioranza felice. Qualcuno dirà che la questione della felicità è troppo difficile da delucidare per arrivare a una qualche conclusione. E forse chi lo dice potrebbe avere ragione se si riferisce a casi individuali. Ma non ce l’ha per quanto riguarda l’insieme. La nostra epoca, forse con una determinazione che epoche anteriori non osarono arrogarsi, ci ha insegnato a riconoscere i segni collettivi della felicità. Del resto sono facili da enunciare e nessuno metterebbe in dubbio che hanno a che vedere con la pace, il benessere, l’ordine e la libertà. La città si sentiva in possesso di questi segni. Li aveva conquistati con tenacia e godeva, con legittima soddisfazione, del fatto che così fosse.

Naturalmente aveva anche zone oscure, paesaggi incistati nelle pieghe del gran corpo. Ma quale città, anche tra quelle più fortunate, non li aveva? Era inevitabile. Non alteravano la buona apparenza dell’insieme. Già da tempo si sapeva che i focolai maligni adeguatamente sottoposti alla cura della salute generale perdevano di efficacia e, sotto la vigilanza di un rigoroso controllo, potevano persino esercitare una funzione regolatrice. Per fortuna erano state superate le inutili aspirazioni che pretendevano di estirpare tutte le cause di disordine sociale. Una città equanime con sé stessa sapeva che la giustizia non consisteva nello scavare dentro le ferite ma nell’avere a disposizione sufficiente maquillage per camuffare le cicatrici.

Se l’occhio di un dio sentinella delle città vi avesse posato lo sguardo, sicuramente avrebbe concesso la sua approvazione: la città credeva di essersi meritata un tale onore nell’affannosa ricerca dell’equilibrio. Orgogliosa della sua antichità, si era immersa con entusiasmo nelle correnti più moderne dell’epoca. Per secoli povera, e persino miserabile, aveva saputo arricchirsi senza cadere nell’ostentazione. Aperta e cosmopolita, aveva conservato quei tratti identitari che le permettevano di salvarsi dall’anonimato. Per lo meno così la pensavano molti dei suoi abitanti e forse, in un certo senso, non sbagliavano. Prima, beninteso, che le ombre della fatalità vorticassero sul suo cielo pronte a liberare il loro inquietante carico.

Prima che ciò succedesse la vita circolava fluida per le vene della città e nulla lasciava presagire alcun cambiamento. Un’analisi clinica avrebbe riconfortato il paziente con esiti tranquillizzanti. I dati erano conformi alle cifre di riferimento. Alcuni valori presentavano piccole oscillazioni verso i massimi o i minimi consigliabili, ma oltre a queste piccole anomalie, suscettibili di essere corrette facilmente, il bilancio rifletteva un’indiscutibile normalità. E questa diagnosi di normalità, pensavano quasi tutti, doveva essere mantenuta a qualunque costo.

In effetti non c’era nessun motivo importante di inquietudine. Le cronache del passato non registravano momenti simili. Si pronunciavano solo su fame, guerre e agitazioni. A giudicare da queste cronache, la città era sempre stata, a parte pochi intervalli, uno scenario cruento in cui l’odio aveva mietuto innumerevoli vittime. Idee e passioni avevano insanguinato le strade. Ma tutto ciò sembrava appartenere a un tempo molto remoto. Forse non in termini di anni, ma senz’altro nella disposizione dello spirito. Lo spirito della città, libero finalmente da quelle miserie depositate nei libri di Storia, aveva puntato su una pace duratura e, la cosa che contava di più, aveva vinto la scommessa.

Continua a leggere l'estratto del libro:

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Rafael Argullol, scrittore, filosofo e poeta catalano, è membro dell’Institut de Cultura dell’Universidad Pompeu Fabra di Barcellona, dove insegna Estetica e Teoria delle arti. È autore di oltre trenta libri di differenti ambiti letterari. Collabora a diverse testate, tra giornali e riviste, e a progetti teatrali e cinematografici. Per La ragione del male ha ricevuto nel 1993 il Premio Nadal de Novela.
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