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Novembre 2020
Piero Gobetti

Diario editoriale #28: l'editore che servirebbe oggi

Scritto da: Ezio Quarantelli

Nel Diario di questa settimana vi propongo la voce di un editore vero, morto ventiquattrenne, eppure capace di tanta e tale produzione nei pochi anni di attività da fare arrossire tutti quelli che in un clima di assoluta libertà, e comunque sempre con un certo agio, fanno oggi questo mestiere. A cominciare da me, è ovvio. Parlo di Piero Gobetti (1901-1926), editore di Prezzolini, Salvatorelli, Amendola, Einaudi, Sturzo, Montale, Salvemini e molti altri.

Perché il suo esempio ci sia di aiuto e di sprone in questi tempi difficili e perché chi mi legge si addestri a distinguere il grano dal loglio (altro non voglio aggiungere).

Ho in mente una mia figura ideale di editore. Mi ci consolo, la sera dei giorni più tumultuosi, 5, 6 per ogni settimana, dopo aver scritto 10 lettere e 20 cartoline, rivedute le terze bozze del libro di Tilgher o di Nitti, preparati gli annunci editoriali per il libraio, la circolare per il pubblico, le inserzioni per le riviste, litigato col proto che mi ha messo un errore nuovo dopo 3 correzioni, mandato via rassegnato dopo 40 minuti di discussione il tipografo che chiedeva un aumento di 10 lire per foglio, senza concederglielo; aiutato il facchino a scaricare le casse di libri arrivate troppo tardi quando ci sono solo più io ad aspettarlo, schiodata io stesso la prima cassa per vedere i primi esemplari e soffrire io solo del foglio che è sbiancato in una copia, e consolarmi che tutto il resto va bene, che né il legatore né il macchinista non han fatto nessuna gherminella [...]; arrivato con 30 soli secondi di ritardo alla stazione dove tra un treno e l'altro devo combinare un contratto con un editore straniero, ricevute 20 telefonate, 10 facce nuove che vengono con le proposte più bislacche e bisogna sentire, per vedere l'idea che vi portano, scrutarle, scegliere il giovane da aiutare e il presuntuoso da metter subito alla porta. [...]
Quattordici ore di lavoro al giorno tra tipografia, cartiera, corrispondenza, libreria e biblioteca (perché l'editore dev'essere fondamentalmente uomo di biblioteca e di tipografia, artista e commerciante) non sono troppe anche per il mio editore ideale. L'importante è ch'egli non debba aver la condanna del nostro pauperismo, non debba vivere di ripieghi tra le persecuzioni del prefetto, il ricatto della politica attraverso il commercio.
Penso un editore come un creatore. Creatore dal nulla se egli è riuscito a dominare il problema fondamentale di qualunque industria: il giro degli affari che garantisce la moltiplicazione infinita di una sia pur piccola quantità di circolante. Il mio editore ideale che con una tipografia e un'associazione in una cartiera controlla i prezzi; con quattro librerie modello conosce le oscillazioni quotidiane del mercato, con due riviste si mantiene a contatto coi più importanti movimenti d'idee, li suscita, li rinvigorisce, non ha bisogno di essere un Rockfeller. La sua forza finanziaria deve esser tutta nella sua capacità di moltiplicare gli affari.
Il mio editore stampa 10 collezioni, trova i competenti dove sembra che non ci siano, può creare una storia universale, un'enciclopedia...
Basta che egli sia stato logico; non abbia fatto transazioni coi suoi principi di uomo colto, che pubblico e scrittori siano sicuri di lui. Un paese in cui ci fossero tradizioni, che non si debba improvvisare come succede a noi, la potenza di un editore antico è praticamente illimitata.”


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