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Luglio 2020
Politically correct

Diario editoriale #17: contro la dittatura del “politically correct”

Scritto da: Ezio Quarantelli

Un composito, ma autorevolissimo gruppo di circa centocinquanta scrittori, artisti e intellettuali per lo più di area angloamericana ha preso una dura posizione contro gli eccessi del “politically correct”, che si è trasformato in un sistema censorio, illiberale e oppressivo.

Era ora che qualcuno si muovesse.

Voglio essere chiaro: io comprendo e in parte condivido molte delle idee e delle battaglie espresse dal mondo “politically correct”, ma quello che non posso accettare, e non accetterò mai, è il tentativo di screditare ogni opinione contraria senza prima averla discussa e confutata, o, peggio, la persecuzione di fatto di chiunque legittimamente la nutra. Ed è proprio quello cui stiamo assistendo.

Forse possiamo pensare che l’Italia si mantenga lontana da certi eccessi. Non ne sono del tutto convinto. Diciamo che le cose nel nostro Paese procedono in modo più felpato e raramente si arriva alla radicalizzazione dello scontro, ma i segni che si colgono qui e là non sono incoraggianti.

Del resto io ho l’età per ricordare altre forme (non meno inquietanti e pericolose) di censura e di emarginazione del diverso. Per molti decenni in Italia non è quasi stato possibile esercitare una qualsiasi professione intellettuale senza essere allineati all’ideologia in voga (una confusa miscela di marxismo malcompreso e di movimentismo). Bisognava essere di sinistra, militare a sinistra, votare per un partito di sinistra. Più esattamente per il partito comunista o per qualche piccola formazione alla sua sinistra. La militanza nel partito socialista non era ritenuta sufficiente, anzi da qualcuno era considerata con sospetto (anche prima di Craxi). 

E ancora oggi da parte dei protagonisti di quella stagione manca una seria riflessione critica e autocritica sulle ragioni che hanno condotto molte teste brillanti a sposare fino alla fine posizioni ed esperienze inconciliabili con una qualsiasi idea di libertà.
Dunque grazie a Noam Chomsky, Ian Buruma, Salman Rushdie, Margaret Atwood, Anne Appelbaum e tanti altri per essersi esposti in prima persona, a difesa della democrazia.


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