14
Luglio 2018
Ingmar Bergman

Non esiste alcuna trilogia. Ingmar Bergman si racconta

Scritto da: Redazione

100 anni fa, il 14 luglio 1918, nasceva Ingmar Bergman, uno dei personaggi più importanti del cinema internazionale.
Per ricordare l'artista all'anniversario della sua nascita, riportiamo una delle tre conversazione avute con Olivier Assayas e Sig Björkman, quella del 16 marzo 1990.
Rivelazioni, passioni e poetica condensate in una lunga chiacchierata con i due giovani registi.

 

  • Stig Björkman: Le capita mai di vedere i suoi film in sala, con il pubblico?

Sempre. Mai alla prima proiezione, dopo sempre.

  • Olivier Assayas: Ci sono molti momenti di rottura nella sua carriera, momenti in cui lei ha radicalmente modificato il suo rapporto con il cinema, il suo modo di fare film. E uno fra i più importanti è quello di Come in uno specchio. È il primo dei «film da camera», con l’ennesimo riferimento a Strindberg. Qui lei inventa un nuovo modo di fare cinema…

Olivier… una cosa è importante e io l’ho capita molto tardi: Come in uno specchio appartiene a un periodo anteriore. La vera rottura si colloca fra Come in uno specchio e Luci d’inverno. Purtroppo ho creato io stesso questo malinteso: Come in uno specchio, Luci d’inverno e Il silenzio non costituiscono una trilogia. Come in uno specchio appartiene al periodo precedente, poi viene la rottura.

Ho rivisto i miei primi film, in particolare Come in uno specchio e ho dovuto accettare il fatto che questo film era stato per me una sconfitta morale, un completo disastro e che dovevo cambiare tutto, rivoluzionare tutta la prima parte della mia opera e ricominciare dall’inizio. E questo inizio è rappresentato da Luci d’inverno e Il silenzio. È sicuramente venuto il momento di separare questi due film. Perché Come in uno specchio è molto superato, molto sentimentale, romantico. Ci sono cose meravigliose, con Harriet, ma tutto questo appartiene agli anni ’50.

  • OA: Ci sono scene straordinarie…

Sì, ma anche la tecnica appartiene al periodo precedente. Dopo questo primo periodo, Sven Nykvist e io ci siamo detti che non potevamo continuare in quel modo…

  • SB: È vero, c’è una trasformazione radicale e anche stilistica. Si ha come l’impressione che a partire da Luci d’inverno lei si orienti verso un’estetica al tempo stesso più semplice e più poetica.

È un cambiamento totale e la rottura si colloca fra questi due film. Dunque non c’è trilogia. Quella della trilogia era un’invenzione per i media. Vi sto rivelando un segreto. Non l’ho mai detto a nessuno, ma è la verità.

  • OA: Quando ha scritto Luci d’inverno? Come e quando le è venuta l’idea di questo film e come si è articolata?

Tutto aveva molto a che vedere con mio padre. Ho cercato di capire le difficoltà che aveva avuto nel corso della sua vita. Per me era giunto il momento di sbarazzarmi di tutta quella confusione religiosa e di essere onesto con me stesso. In Lanterna magica ho scritto come mi era venuto il finale di Luci d’inverno. Era di domenica, ero con mio padre, stavamo per prendere la macchina, dovevo accompagnarlo a fare il suo giro, ascoltavo i suoi sermoni. Nel mio libro c’è scritto tutto, potete leggerlo… Ho lavorato molto su Luci d’inverno. Il film ha avuto svariate forme e ha subìto diverse metamorfosi. È stato un combattimento, quando si è una vecchia puttana, è difficile togliersi tutto il trucco di dosso. Ma era necessario, e dovevo farlo.

  • OA: Qual è stata la reazione di suo padre riguardo alla sua opera e a quel film in particolare?

Penso che mio padre e mia madre abbiano visto i miei film. O almeno alcuni. In genere ero io che dicevo: «Quel film potete vederlo», oppure: «Per favore quello non andatelo a vedere». Ma mia madre era così curiosa che credo andasse a vedere anche quelli che non volevo vedesse. Non ne parlavamo molto. Con i miei genitori ho cominciato a comunicare molto tardi.

Mia madre è morta prima di mio padre che ha vissuto da solo per quattro anni. Prima di morire lei è stata molto malata, ha avuto tre infarti. Abbiamo avuto molto tempo. Andavo a trovarla in ospedale e parlavamo molto. Nonostante tutto il pudore della moglie di un pastore, era una donna molto curiosa, forte ed emotiva. Negli ultimi tre anni della sua vita ci siamo avvicinati tantissimo. Poi, quando mio padre è rimasto solo, ho dovuto aiutarlo su cose pratiche, aiutarlo anche finanziariamente… Siamo diventati amici.
Mio padre, al contrario di mia madre, era molto timido. Timidissimo… Ma non nel suo lavoro… Nel suo lavoro, credo fosse un genio, ma nella vita era nervoso, molto silenzioso e riservato. Ma ci volevamo bene. Ho passato una vita intera a odiarlo e, negli ultimi anni della sua vita, ci siamo riavvicinati, abbiamo fatto amicizia. Ho cercato di trovare dei punti di contatto, degli argomenti di cui parlare… La sua onestà mi emozionava, mi toccava, poi, all’improvviso, è stato con me di una franchezza brutale. Quando si è tolto la maschera e abbiamo potuto sederci e parlare delle nostre vite mi sono molto commosso.

Ma non penso che i miei film abbiamo divertito gran che i miei genitori. Certo, erano contenti del fatto che fossi famoso, che la gente andasse da mia madre a chiederle come si sentiva a essere madre di un grande uomo. Le piaceva molto questo… (risa). Ma quando ero ancora ragazzino, ero già molto solo, il nostro era un rapporto molto complicato, ne parlo in Lanterna magica. Era una donna affascinante, c’è voluta una vita intera… Quando ci siamo separati, credo che lei mi odiasse, io anche, avevamo molte difficoltà l’uno verso l’altra. In seguito abbiamo cercato di comprenderci, di ritrovarci, ma soltanto negli ultimi tre anni della sua vita la situazione si è capovolta perché ormai io ero adulto e lei poteva lasciarsi andare e tornare a essere una bambina. Questo era molto bello. Ai suoi tempi era stata una bellissima donna. 

Sapete, nella vita è una gran cosa diventare amici dei propri genitori. Se muoiono prima che tu capisca che anche loro sono esseri umani, prima che tu diventi loro amico, resteranno dei personaggi per tutta la durata della tua vita. E nella tua vita ci sarà sempre qualche cosa di irrisolto.

  • OA: Questa riconciliazione tardiva con i suoi genitori ha avuto qualche influenza sulla sua ispirazione?

Olivier, sono circa tre o quattro volte che lei usa la parola ispirazione. Non credo nell’ispirazione. Lei proviene da un’altra cultura ed è giovane. Credo che l’ispirazione sia un’idea romantica, l’idea che le cose vengano da Dio. Ma se non si crede in nessun Dio, se si crede semplicemente nel proprio lavoro e non nell’ispirazione, si crede nella propria personale capacità creatrice, nell’esperienza, nell’applicarsi. Io credo nell’applicazione. Sono molto pedante e cerco, almeno nel mio lavoro, di essere onesto.

  • SB: Ma allora lei si applica anche la notte, perché sogna e talvolta i sogni diventano…

No. Questo sta sotto, è la cucina. È l’inconscio che lavora la notte, quando si sogna… Non si tratta di applicazione. È un’altra cosa quella che si verifica. Ma l’ispirazione è qualcosa che proviene dall’esterno mentre ciò che io faccio viene da dentro. Può nascere da riflessioni provocate dalla vita, da cose che capitano, da cose che la gente racconta, tutta questa straordinaria qualità del reale… Dunque, nessuna ispirazione! Soltanto applicazione!

  • SB: Stiamo parlando dei film più cari alla sua memoria… Penso che Persona sia uno di questi…

I film che amo… In un certo senso sì, tra i miei film ce ne sono alcuni che amo molto. E Persona è uno di questi.

  • OA: Quali sono gli altri?

Difficile a dirsi. Ci sono alcuni fra i miei film che posso rivedere, o anche non rivedere, ma quando ci penso posso dirmi che vanno bene, anche se non sono gran che. Ad esempio, Il settimo sigillo non è un grande film, ma io ci sono affezionato, mi è caro perché l’ho fatto talmente in fretta, investendolo di tanto amore e immaginazione… era molto ingenuo e non doveva costare nulla. Anche Sussurri grida è un buon film… sì, sono orgoglioso di Sussurri e grida. Anche di Persona. E di Luci d’inverno. Ecco. Sono tutti qui.

  • SB: E Vampata d’amore?

Anche, ma è un’altra cosa…

  • OA: È un film diverso da tutti gli altri…

Sì, è vero, però mi piace. Poi vengono Monica e il desiderio, Fanny e Alexander, Un mondo di marionette, Prigione… e ovviamente Il volto e anche L’ora del lupo

  • SB: E Passione?

No. Lo accetto ma non lo amo. È lontano da me. Forse perché le riprese sono state devastanti, talmente complesse…

  • OA: C’è uno dei suoi film di cui non parla mai e sono sicuro che lei ne parlerà come di qualcosa di molto lontano, di totalmente dimenticato: Sogni di donna.

Sì, è molto lontano…

  • OA: Trovo le due storie molto belle. Un po’ come i racconti di Schnitzler…

Lei conosce Schnitzler?

  • OA: Sì, mi piace Schnitzler.

La sua opera è tradotta in francese?

  • OA: Sì, molte cose sono state tradotte in questi ultimi anni…

Amo molto Schnitzler. Quando è al suo meglio, supera anche Čechov. Sono allo stesso livello. Ci sono molte cose che li accomunano…

  • OA: Entrambi medici…

Sì, molto solitari… intorno a loro molte donne ma nessuna davvero vicina… E poi il loro modo di costruire le storie, come se non fossero costruite. C’è un bellissimo film di Max Ophuls, tratto da Amoretto. Il testo è meraviglioso, ma il film è un vero capolavoro.

  • OA: Personalmente ho un debole per le sue opere più tardive…

Sa quante opere ha scritto Schnitzler?

  • OA: No. Alcune…

Trentasei. Come Shakespeare.

  • OA: Se lei ha ancora cinque minuti potremmo parlare di Fanny e Alexander… (Risa)

Dieci minuti. Fanny Alexander.

  • OA: Innanzitutto, qual è per lei la forma definitiva del film? La prima versione di tre ore, o la versione televisiva in quattro episodi, o ancora il film di cinque ore filate, che sarebbe poi la proiezione in sequenza della serie televisiva?

Proprio quello.

  • OA: Il film di cinque ore?

Sì. Dimentichi la versione di tre ore! La trovo terrificante! Ma era l’unico modo di fare Fanny e Alexander… L’unico… Il vero Fanny e Alexander dura oltre cinque ore, cinque ore e mezza. Non è fatto per essere visto un’ora alla settimana, poi un’altra ora e così via. Il film dev’essere visto in una sola volta con una interruzione per la colazione o la cena. E ovviamente senza i titoli di testa della serie televisiva.

  • OA: È già stato fatto vedere in questa versione?

Sì. Al Festival di Venezia. Inoltre credo che adesso si cominci a proiettarlo così…

  • SB: Anche a Stoccolma… Qualche tempo fa…

È la sola versione accettabile. Ovviamente, avrei ancora potuto tagliare una ventina di minuti perché ci sono cose che trovo un po’ lunghe… ma la sola possibilità di trovare il finanziamento per il film era lavorare con l’industria cinematografica e mettere a punto una co-produzione fra la televisione e il cinema. E nel contratto con la produzione ho promesso che il film non sarebbe durato più di due ore e mezza.

  • OA: Alla fine è poi durato tre ore…

Sapete, ero talmente sicuro di me, pedante come sono, avevo previsto tutto alla perfezione: «Tolgo questo, e poi quest’altro e quest’altro ancora e in una settimana faccio la versione per il cinema». Poi, quando il montatore è venuto a Fårö, ci siamo messi, a freddo, senza alcuna emozione, senza alcun problema, e, quando abbiamo terminato, il film durava un po’ più di quattro ore! (risa). A quel punto, è cominciata la bagarre. È stato terribile davvero, ritrovarmi obbligato a effettuare una serie di tagli nel film.

  • OA: Nel film, tutt’a un tratto, senza autorizzare la benché minima presa di distanza, lei prende lo spettatore e lo trascina ben dentro il soprannaturale…

Voi vi renderete certamente conto che quando si è artisti, quando si creano film, è molto importante non essere logici. Bisogna essere incoerenti.
Se si è logici, la bellezza sfugge, scompare dalle tue opere. Dal punto di vista delle emozioni, bisogna essere illogici, è proibito non esserlo. Ma se si ha fiducia nelle proprie emozioni, allora si può essere del tutto incoerenti. Non fa nulla. Perché si ha il potere di cogliere le conseguenze delle emozioni che hai suscitato.
Per sempre.

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Conversazione con Igmar Bergman
Olivier Assayas, Stig Björkman
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