8
Ottobre 2018
La nostra responsabilità nei confronti del mondo

La nostra responsabilità nei confronti del mondo

Scritto da: Redazione

Alla luce del rapporto pubblicato dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) – secondo cui entro il 2030 l'aumento della temperatura media sarà superiore alla soglia massima di sicurezza di 1,5 °C – pubblichiamo una riflessione di Pierre Rabhi sulla responsabilità di ciascuno di noi nei confronti del mondo. Traduzione di Andrea Vannicelli.

 

La terra, essere silenzioso del quale noi siamo una delle espressioni viventi, custodisce valori permanenti fatti di ciò che ci manca di più: il ritmo giusto, il sapore dei cicli e della pazienza, la speranza che si rinnova sempre, poiché le potenzialità di vita sono infinite. Dovremo probabilmente, per cambiare fino in fondo le nostre coscienze, abbandonare la nostra arroganza e imparare con semplicità i sentimenti e i gesti che ci legano all’evidenza, ritrovare un po’ del sentimento di quei primi esseri per i quali la creazione, le creature e la terra erano innanzitutto sacre.

Basandomi su questi principi in cui credo profondamente, ritengo indispensabile porre alcune domande che mi tormentano da più di quarant’anni.

 

Com’è possibile che l’umanità, nonostante le risorse planetarie sufficienti e i progressi tecnologici senza precedenti, non riesca a fare in modo che ogni essere umano possa nutrirsi, vestirsi, avere un alloggio, curarsi e sviluppare le potenzialità necessarie per realizzarsi?

Com’è possibile che la metà del genere umano, costituita dal mondo femminile, sia sempre subordinata al potere arbitrario di un mondo maschile eccessivo e violento?

Com’è possibile che il mondo animale, cioè le creature compagne del nostro destino e alle quali noi dobbiamo la nostra stessa sopravvivenza attraverso la storia, siano ridotte dalla nostra società dei consumi al rango di una massa informe o di una fabbrica di proteine? Com’è possibile che i mammiferi bipedi ai quali io appartengo abbiano potuto arrogarsi il diritto di sottoporre a innumerevoli sevizie il mondo animale (domestico e/o selvaggio)?

Com’è possibile che noi non ci siamo resi conto del valore inestimabile del nostro piccolo pianeta, unica oasi di vita all’interno di un deserto siderale infinito? Perché continuiamo a saccheggiarlo, a inquinarlo, a distruggerlo ciecamente invece di prendercene cura e di costruire la pace e la concordia tra i popoli?

 

Queste domande rimangono a tutt’oggi senza risposta e mettono in piena luce il fallimento della nostra coscienza e l’oscurantismo nel quale brancoliamo nonostante le nostre conoscenze. Rimaniamo impantanati in un profondo e immenso malinteso. E mi chiedo se non confondiamo le nostre capacità, che ci permettono tante realizzazioni (nel bene e nel male), con l’intelligenza che dovrebbe illuminare i nostri atti e aiutarci a costruire un mondo diverso…

Queste constatazioni ci obbligano a chiederci se l’umanità sia ancora in grado di orientare il suo destino verso l’indispensabile umanizzazione, cioè verso la costruzione del mondo con ciò che essa possiede di migliore per evitare il peggiore dei disastri. Questa domanda si pone alla coscienza di ciascuno di noi. E, al di là delle grandi decisioni politiche che gli Stati devono prendere e per le quali dobbiamo militare, spetta a noi, altresì a titolo individuale, fare tutto ciò che possiamo nella nostra sfera intima e privata, così come ci insegna la leggenda amerindia del colibrì, chiamato a volte «uccello mosca», amico dei fiori…

Un giorno, dice la leggenda, ci fu un immenso incendio nella foresta. Tutti gli animali, terrorizzati e costernati, osservavano impotenti il disastro. Solo il piccolo colibrì si diede da fare e andò a raccogliere qualche goccia d’acqua con il becco per gettarla sul fuoco. Dopo un po’ l’armadillo, irritato dalla sua attività irrilevante, gli disse: «Colibrì, ma sei matto? Credi davvero che con poche gocce d’acqua spegnerai l’incendio?». «Lo so – rispose il colibrì – ma io faccio la mia parte».

Questa è la nostra responsabilità nei confronti del mondo, perché non siamo totalmente impotenti se decidiamo di non esserlo.

Oggi l’insieme della società mondiale è investito da una crisi sociale, economica ed ecologica, con dei rischi di cambiamento climatico e di effetti ecologici prevedibili e imprevedibili. L’esaurimento a breve o a lungo termine delle risorse energetiche fossili, associato a una domanda che aumenta senza sosta, costituisce una minaccia capace di generare conflitti senza precedenti e di bloccare la civiltà della combustione.
Il modello di sviluppo che ha prevalso durante gli ultimi due secoli si rivela totalmente inadeguato per i criteri elementari della perennità che la natura e l’ecologia ci offrono come esempio.

 

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Pierre Rabhi nasce nel 1938 nel sud dell’Algeria e a vent’anni si trasferisce a Parigi. Interrompe presto gli studi e inizia a lavorare come operaio specializzato. Spostatosi con la moglie nell’Ardèche, si dedica all’agricoltura, cominciando a sostenere diversi programmi di tutela della terra e dell’ecosistema. Negli anni ’90 fonda l’associazione «Terre & Humanisme» per la trasmissione dell’etica e della pratica agroecologica e nel 2007 nasce il movimento Colibris.

Per approfondire:

La parte del colibrì

La parte del colibrì
di Pierre Rabhi
Traduzione di  Andrea Vannicelli


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