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Novembre 2017
L'origine del diluvio

L’origine del diluvio. Narrazione di uno spirito

Scritto da: Redazione

L'origine del diluvio è un racconto tratto dalla raccolta Le forze misteriose di Leopoldo Lugones. Pubblicata per la prima volta nel 1906, contiene dodici racconti dell'autore argentino sul soprannaturale e l'inspiegabile. La traduzione è di Francesco Verde. 

 «…La Terra aveva appena iniziato a solidificarsi e rimaneva in uno stato di oscura incandescenza. Mari di acido carbonico battevano i suoi continenti di litio e di alluminio, primi elementi solidi a formare la crosta terrestre. In minime quantità, agivano anche zolfo e boro.

L’intero pianeta brillava come una mostruosa palla d’argento. L’atmosfera era satura di fosforo, con tracce di fluoro e di cloro. Fiamme di sodio, silicio e magnesio venivano generando il luminoso ordine dei metalli. Con uno spessore di molte migliaia di chilometri, quell’atmosfera risplendeva al pari di una stella.

Sui continenti e nei mari c’era già vita organica, anche se in forme adesso inimmaginabili: non esistendo ancora il fosfato di calcio, i primi esseri viventi non avevano scheletro. L’ossigeno e l’azoto contenuti in tali organismi, insieme con residui di berillio, completavano la serie delle sole quattordici sostanze costituenti il pianeta, nel quale, perciò, tutto aveva una composizione estremamente semplice.

Sebbene non così diversificata, l’attività di quei primi esseri intelligenti non era meno intensa della nostra. Nonostante la loro forma di molluschi, essi vivevano, agivano e sentivano in modo analogo all’attuale specie umana. Erano giunti, per esempio, a costruire enormi abitazioni, servendosi di rocce di litio.

Il sudore dei loro corpi corrodeva l’alluminio, riducendolo in grumi simili all’amianto incandescente. La loro scarsa consistenza derivava dalla precaria solidità dell’ambiente in cui si erano formati, così come dalla specifica sottigliezza dei continenti che abitavano. Avevano anche capacità anfibie, ma riuscivano a resistere a temperature tanto elevate, e a conservare un aspetto definito pur sotto una terribile pressione atmosferica, solo grazie alla loro fluidità.

Ominidi più che uomini veri e propri, specie di molli scimmie gigantesche, potevano addensarsi in sfere gelatinose o diffondersi nell’aria, come fantasmi, fin quasi a trasformarsi in nebbia. Non avevano udito né gusto né odorato, ma disponevano, in cambio, della doppia vista dei sonnambuli. E in questo consisteva in loro la facoltà del tatto: per sentire gli oggetti, dovevano incorporarli, avvolgerli interamente.

Imponenti e malvagi, erano i peggiori mostri scaturiti da quella primitiva creazione. Emanavano dai loro fluidi organismi simili a carcasse verminose, esseri dalla vita breve, ma funesta. Erano i giganti di cui narrano le leggende.

Costruivano le loro città come i molluschi le loro conchiglie: ogni dimora era una specie di guscio secreto dal suo stesso abitante. Così, le case sembravano anfratti tortuosi, e le città ammassi luminescenti, alti nel cielo come nuvole, ma non risaltanti sull’azzurro, perché l’azzurro ancora non esisteva. I soli colori atmosferici erano il rosso e l’arancione.

Appena due o tre specie di uccelli, dalle ali ricoperte di squame come quelle delle farfalle, i cui cangianti riflessi preludevano alla comparsa dell’oro, si libravano in volo per lo spazio fosforico, raggiungendo la Luna. L’attrazione magnetica dell’astro li inebriava, e con impeto temerario ne affrontavano l’atmosfera, allora a contatto con quella terrestre, precipitando esanimi sui suoi campi di ghiaccio.

Allignavano, in terre tanto inospitali, funghi e licheni giganteschi, alcuni dei quali – di natura ancora animale, nel caotico disordine delle origini – riuscivano a spostarsi per mezzo di tentacoli; altri avevano per spine becchi di uccello, che aprivano e chiudevano continuamente; altri emanavano, se solo sfiorati, luce fosforica; altri producevano frutti identici a ragni, che brulicavano all’intorno e deponevano uova, da cui presto rigerminava il vegetale. Particolarmente pericolosi si rivelavano i cactus elettrici, in grado di scagliare a grande distanza i propri aculei.

Gli elementi terrestri permanevano in una totale instabilità. Di momento in momento, nascevano e svanivano assurde allotropie. Data l’enorme pressione, pochi corpi raggiungevano lo stato solido. Le rocce dormivano il sonno dell’assenza, e le pietre preziose non erano che colori, nelle righe dello spettro.

Questa dunque era la Terra, quando sopravvenne la catastrofe che gli umani chiamarono poi «diluvio», ma che, sebbene provocata dallo straripare dell’elemento liquido, non fu una vera inondazione. L’acqua vi intervenne in altro modo.

Ora: è noto che, in particolari condizioni, gli elementi possono mutare i loro caratteri specifici, fino a perderli quasi del tutto, a eccezione del peso. È ciò che si definisce «allotropia». Esempi classici ne sono il fosforo rosso e il fosforo bianco: il bianco è avido di ossigeno, è tossico e fonde a 44°; il rosso, al contrario, è pressoché indifferente all’ossigeno, è innocuo e non fonde – per tacere di altre caratteristiche, che accentuano la differenza. Si tratta, nondimeno, del medesimo elemento. E potrei citare il diamante e il carbone, o le diverse specie di ferro e argento, tutti ugualmente soggetti al fenomeno allotropico.

Si sa, d’altra parte, che il calore moltiplica le affinità materiali, rendendo possibile, per esempio, la combinazione di azoto e carbonio con altri elementi, cosa che non avviene a temperature normali; e va ricordato che, per modificare le proprietà di una sostanza o trasmettergliene di nuove, basta la presenza in essa di particelle provenienti da altri corpi. Di eccezionale interesse, a questo riguardo, è ciò che accade all’alluminio posto a contatto col mercurio: il contatto è sufficiente perché l’alluminio si ossidi, scomponga l’acqua e venga attaccato dagli acidi nitrico e solforico; il che non avviene senza contatto.

Altra causa di variabilità degli elementi è la pressione, capace di disgregare i solidi fino a liquefarli, quale che sia la loro malleabilità; compreso l’acciaio, che la pressione basta a trasformare in una massa molle, lavorabile in tutta comodità.

Menzionerò, infine, una strana proprietà che i chimici chiamano «azione catalitica», volgarmente nota come «azione di presenza», per mezzo della quale certe sostanze determinano la combinazione di altre sostanze, senza tuttavia prendervi parte. Fra esse, una delle più attive, che interviene cioè nel maggior numero dei casi, è il vapore acqueo.

I dati fin qui esposti serviranno a comprendere meglio quanto sto per descrivere.

Accadde che l’atmosfera terrestre, condensandosi intorno al pianeta, cominciò a esercitare una progressiva attrazione sull’atmosfera lunare. Quest’ultima, dopo un certo tempo, non potendo resistere a tale attrazione, iniziò a cedere alla nostra atmosfera i suoi elementi più leggeri. La mancanza di pressione che ne conseguì fece evaporare i mari della Luna, ghiacciati da secoli, e una nebbia gelida, molti gradi sotto lo zero barometrico, circondò il morto satellite, come un sudario.

Un giorno, il vapore acqueo precipitò nell’atmosfera terrestre, e questa vide aumentato il proprio peso di migliaia di milioni di tonnellate. A tale fenomeno si accompagnò l’azione catalitica del vapore, e fu allora che i solidi terrestri cominciarono a disgregarsi.

Un rammollimento progressivo diede a ogni cosa la consistenza del gesso, e quando il fenomeno progredì, trasformando i corpi in una specie di impasto fangoso, iniziò la catastrofe. Le montagne collassarono, schiacciate dal loro stesso peso, fino a ridursi a dune livellate dal vento. A loro volta, le dimore dei giganti divennero polvere, e subito dovette constatarsi, con orrore, che l’elemento liquido cambiava di stato nel modo più straordinario: evaporava senza sparire, polverizzato dalla disgregazione delle sue molecole, secco e fluido al contempo – senza odore né colore né temperatura.

Il fenomeno non si produceva nella materia organica. Grazie al suo stato semiliquido, questa sembrava resistere meglio, ma l’apparente vantaggio non ne evitò la fine violenta, nella generale disgregazione. Di lì a poco, sul pianeta non rimase altra forma di vita che una specie di bruma, radente un’immensa distesa di sabbia cosmica. La gran parte degli esseri animati era già morta d’inedia, per l’impossibilità di ricavare dall’aria, ormai satura di elementi lunari, i principi nutritivi indispensabili alla vita.

Solo pochi, grossi molluschi si dibattevano ancora in quella universale fluidità senza onde, sotto un’atmosfera carica di veleni mortali, che preparava il nuovo ordine naturale. Ma non poterono resistere a lungo né adattarsi al disfacimento complessivo. Presto, anch’essi scomparvero. Su tutto il pianeta regnarono, allora, tenebre e desolazione.

Migliaia di anni dopo, gli elementi cominciarono a ricomporsi. Formidabili tempeste chimiche sconvolsero la materia, portandola allo stato critico; e i quattordici elementi primitivi rivissero, in nuove combinazioni.

Il litio si triplicò in potassio, rubidio e cesio; il fosforo in arsenico, antimonio e bismuto; il carbonio generò titanio e zirconio; lo zolfo, selenio e tellurio…

Gli oceani erano già d’acqua, l’acqua un tempo della Luna, e che l’armonico movimento delle maree innalzava adesso, periodicamente, verso l’astro di origine. Benché satura di acido carbonico, l’atmosfera era molto più simile alla nostra.

Della creazione precedente non restava nulla di vivo. Ne era stata distrutta ogni traccia. Ma i vapori lunari portarono con sé germi vivificanti, che lentamente ripopolarono la Terra.

Il mare si riempì di organismi elementari. La crosta pullulò di piante, il cui dominio durò un’era.

Ma non posso descrivere l’intero processo. Dirò solo che i primi esseri umani furono acquatici: mostri bellissimi, metà pesce e metà donna, chiamati poi «sirene» nei racconti mitologici. Dominando il segreto dell’armonia originaria, recarono al pianeta le melodie della Luna e con esse il mistero della morte.

Avevano carni bianche come l’astro materno, e capelli d’oro: l’oro fin lì sconosciuto, l’oro che il sodio primitivo, di cui l’acqua era satura, aveva generato da sé, con tutti gli altri metalli nobili…

…Questo è quanto la mia memoria, carica di milioni di anni, ha potuto rievocare con parole umane, e questo è quanto sono venuto a narrarvi, discendendo dal luogo in cui sono e sarò condannato a rimanere, per tutta la vita del pianeta: il cono d’ombra della Terra

 

La medium tacque, reclinando stancamente la testa sulla spalliera del divano. E mister Skinner, una delle otto persone che assistevano alla seduta, non poté fare a meno di esclamare: «Cono d’ombra! Diluvio…! Solo sciocche superstizioni!». Non avemmo il tempo di replicare, distratti da un rantolo della medium.

Dal suo fianco sinistro stava velocemente liberandosi una massa tenebrosa, appena percepibile nella semioscurità. Assunse la forma di un globo e proiettò dal suo corpo lunghi tentacoli; poi simile a un ragno gigantesco, si staccò dalla donna. Continuò a espandersi fino a riempire la stanza, avvolgendoci come una mucillagine ed emettendo versi lamentosi. Si confondeva col buio, reso più denso dalla sua presenza; ma, se l’orrore può in alcun modo oggettivarsi, quello era l’orrore.

Nessuno osò muoversi, di fronte allo spaventoso dimenarsi di quei tentacoli d’ombra, e non so come sarebbe finita, se la medium non avesse implorato, con voce strozzata:
«Luce, fate luce, per l’amor di Dio!».
Trovai la forza di balzare verso l’interruttore; e appena la stanza fu illuminata, la massa d’ombra esplose senza rumore, con una specie di enorme sospiro.
Ci guardammo in silenzio.
Qualcosa di simile a una gelida fanghiglia ci copriva interamente; il che sarebbe già bastato come evento prodigioso, se, andando a lavarsi, Skinner non avesse fatto una scoperta ancora più incredibile.

Sul fondo del catino giaceva, non più grande di un topo, ma assolutamente riconoscibile per forma e bellezza, irradiando il proprio cadaverico pallore, una piccola sirena morta.


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