20
Gennaio 2018
Audrey Hepburn: la storia di una donna, esempio di generosità

Audrey Hepburn: la storia di una donna, esempio di generosità

Scritto da: Redazione

Audrey Hepburn è l’incarnazione del fascino. Ha sedotto il mondo intero con una silhouette slanciata, uno sguardo da cerbiatta e un’eleganza incantevole. Ha deciso di trascorrere i suoi ultimi giorni sulle rive del lago Léman, al riparo da ogni sguardo. Nel 1993, a 63 anni, dopo un’ultima missione come ambasciatrice dell’UNICEF, si è spenta senza clamore. Con la discrezione che l’ha sempre contraddistinta.

Sullo schermo Audrey Hepburn non interpretò mai ruoli da vittima, perché pareva sempre fragile e determinata al tempo stesso. Il suo carisma pudico e privo di provocazione fece di lei una «principessa», come la soprannominò Frank Sinatra.

D’altronde, per milioni di ammiratori, rimarrà per sempre la principessa Anna di Vacanze romane. Altri ricorderanno la Cenerentola a Parigi che faceva perdere la testa a Fred Astaire, la meravigliosa Nataša di Guerra e pace o ancora la fioraia ambulante di My Fair Lady.
Soltanto le sue sfortunate storie d’amore con William Holden, Albert Finney e Ben Gazzara, o i suoi matrimoni falliti con Mel Ferrer e Andrea Dotti furono in grado di offuscare il suo luminoso sorriso.

Nel 1967, a 38 anni, all’apice della fama, decise di ritirarsi dalle scene, consacrarsi ai figli, al suo ruolo di moglie. Questa assenza dagli schermi sconcertò più di una persona. Riapparve circa dieci anni dopo in Robin e Marian, dramma medievale di Richard Lester in cui Sean Connery le fa da spalla.
Ci aspettavamo una donna matura e la ritrovammo eternamente giovanile.

Quante ragazze si sono pettinate e truccate come Audrey Hepburn, adoperando i suoi piccoli foulard e le sue frangette nel tentativo di dare ai propri occhi un taglio a mandorla?
Quante donne al mondo hanno cercato di copiare il suo stile e i suoi meravigliosi tailleur firmati dall’amico Hubert de Givenchy?

Per svariate generazioni, è stata IL modello. 
Ma Audrey Hepburn fu anche l’incarnazione della generosità. Accettò di interessarsi alla miseria del mondo diventando una ambasciatrice dell’UNICEF particolarmente presente, attiva e generosa. Senza alcuna ostentazione. Mai.

La storia di Audrey è quella di una donna fuori dal comune, di una bellezza e di un talento talmente originali che sarà sempre impossibile eguagliare. Con un’infanzia il cui mistero fu svelato solo tardivamente e una carriera folgorante interrotta troppo presto.
Una principessa senza favola.

L'infanzia di Audrey 

 

Audrey Hepburn con il padre Joseph Hepburn Ruston

Nata il 4 maggio 1929, alle 3 del mattino a Bruxelles, Audrey Hepburn (battezzata Edda Kathleen) visse i primi anni passando il tempo nel grande parco del castello di Zijpendaal, dove viveva suo nonno.
Figlia della baronessa olandese Ella van Heemstra e dell’uomo d’affari anglo-irlandese Joseph Victor Anthony Hepburn-Ruston, i suoi genitori non furono immuni dalla peste nazista: si infatuarono del nazionalsocialismo al punto di sostenere la BUF (British Union of Fascists), il partito fascista britannico, che aiutarono nei reclutamenti e nella raccolta fondi. Benché fossero entrambi invaghiti del fascismo, il padre e la madre faticavano ad andare d’accordo, soprattutto a causa dell'infedeltà e dell temperamento di Joseph che, nel 1935, abbandonò definitivamente la famiglia.

L’assenza paterna per Audrey fu una tragedia «dalla quale credo di non essermi mai ripresa», come svelò alla rivista «U.S. Magazine» cinquantatré anni dopo; produsse in lei ferite profonde e indelebili, un temperamento malinconico e il bisogno istintivo di ritirarsi spesso nel proprio guscio.

Dal 1935 al 1939 Audrey divise il suo tempo tra i Paesi Bassi e la scuola a Elham, un paese del Kent nel sud-est dell’Inghilterra, dove si entusiasmò per i corsi di danza organizzati dalla scuola. Insieme al teatro, la danza diventerà presto la sua passione di adolescente.  

La guerra però entrò rapidamente nella vita di Audrey che confesserà: «Se dovessi rievocare un ricordo per me drammatico quanto la scomparsa di mio padre, direi quello di mia madre che entra in camera il mattino del 10 maggio 1940, apre le tende e mi dice: “Svegliati Audrey, c’è la guerra!”» 

Gli anni bui: l'adolescenza e la guerra 

 

Audrey Hepburn con la madre Ella van Heemstra

Con l'ascesa del nazismo, ballare per Audrey fu ben più che un semplice passatempo: fu una passione, fu l’unico modo di sopravvivere. Fu anche un atto di resistenza.

All’interno delle abitazioni si tenevano piccoli spettacoli clandestini. Con le persiane e le finestre chiuse, Audrey, vestita con costumi confezionati da sua madre con delle vecchie tende, eseguiva le sue coreografie, versioni abbreviate di balletti classici, mentre un amico suonava il pianoforte. Gli applausi erano vietati, per paura di destare l’attenzione dei soldati: «Il miglior pubblico che abbia mai avuto non faceva nessun rumore alla fine della mia rappresentazione».
Il denaro raccolto durante questi spettacoli clandestini finanziava atti di sabotaggio contro i nazisti. Audrey trasferiva anche messaggi per la Resistenza, mettendoli nelle calze di lana.

Ma Audrey non può evitare gli orrori dell'epoca: vedrà famiglie intere deportate con bambini e neonati in carri bestiame, vedrà quotidianamente alcune delle scene che assilleranno tutti gli incubi che avrà in seguito, nel tempo.

Si identificherà con gli stati d’animo di Anna Frank: «Avevo esattamente la sua stessa età, avevamo 10 anni quando la guerra è scoppiata e 15 al momento della fine. Ho letto il suo diario nel 1946. E mi ha così turbato, così commosso. Era come leggere la mia vita. Non sono più stata la stessa dopo quella lettura».

La liberazione arriva con la capitolazione dei tedeschi il 5 maggio 1945. Ha inizio per lei un nuovo avvenire. Mentre le truppe alleate entrano ad Arnhem per disinnescare le mine e gli esplosivi, Audrey esce in strada di corsa per accoglierle. Balla, ride, salta di gioia e bacia qualunque soldato americano.
«Stavo là, in piedi, a guardarli – racconterà. – La gioia di sentir parlare inglese, l’incredibile sollievo di essere libera, è qualcosa che non si può far comprendere.» Provò a tradurre in parole cosa significava libertà. «La libertà era qualcosa che si poteva annusare. La libertà – dice – aveva l’odore delle sigarette inglesi.»

A sedici anni Audrey Hepburn, 1,76 m di altezza, naviga nei vestiti. Pesa soltanto 40 chili. Asma, epatite, anemia e malnutrizione nei cinque anni di guerra hanno minato la sua salute. Per tutta la vita Audrey soffrirà di coliti spastiche tipiche della colonpatia funzionale. E se il suo peso non supererà mai i 50 chili sarà tanto a causa del malfunzionamento del metabolismo conseguente agli anni di guerra quanto di una forma di anoressia.

Il successo di un'antidiva 

 

Audrey Hepburn nel 1951

Da questo periodo tragico, Audrey esce senza aver conosciuto un’adolescenza normale: nessuna festa a sorpresa né flirt romantici, nessun cinema e nessun ballo. Le sue sole evasioni erano state la musica e la danza. Vi si era rivolta istintivamente per meglio sfuggire all’orrore della sua vita quotidiana. Le sue passioni di bambina diventeranno le sue risorse migliori nella nuova epoca che sta per iniziare.

Avrà infatti solo 18 anni quando Van der Linden la sceglierà durante una lezione di danza per il suo ingresso nel mondo del cinema. Van der Linden rivendicherà sempre, a ragione, l’onore di aver scoperto colei che diverrà la beniamina di Hollywood.

Il successo di questa anti-Marilyn Monroe fu stupefacente.
Dalle sue prime scritture come ballerina, a Londra nel 1948, a Hollywood che la consacrò come star, il percorso di Audrey Hepburn è esemplare. Quando fece la sua apparizione, il pubblico amava dive del calibro di Ava Gardner e Marilyn Monroe.
Esile, per non dire gracile, lei era diversa, «capace, da sola, di far diventare il seno un valore del passato» prediceva Billy Wilder, augurandole le dimensioni del mito. Non aveva quella punta di volgarità che faceva girare le teste più seriose, quel fascino un po’ cattivo che stuzzicava la banalità del maschio americano. 
Audrey Hepburn era elegante. L’aggettivo le si addice, fisicamente e moralmente.

Gli ultimi anni: l'UNICEF e la Somalia 

 

Audrey Hepburn in una delle missioni per l'UNICEF

Audrey Hepburn è stata nominata ambasciatrice speciale dell’UNICEF il 9 marzo 1988 e Goodwill Ambassador nel 1989.

In Sudan, nell’aprile 1989, in un campo profughi, vide un ragazzo di quattordici anni, magrissimo, disteso sul pavimento di terra battuta. Soffriva di anemia acuta, aveva problemi respiratori e un edema dovuto alla malnutrizione.
Lei conosceva quei mali, li aveva sopportati circa cinquant’anni prima, ad altre latitudini.
La Storia si ripeteva. Nello sguardo un po’ triste di un’attrice tra le più eleganti di Hollywood i bambini affamati non smettevano di implorare amore.

Nel settembre 1992 Audrey effettua la più faticosa delle sue missioni in Somalia per l’UNICEF. Al ritorno, pronuncia questa frase premonitrice: «Credo che non mi rimetterò mai da questo viaggio».
Audrey Hepburn infatti non è tornata indenne dalla Somalia. «Mi ricorderò sempre degli occhi di una ragazzina appoggiata a una porta. Ogni luce era sparita dal suo sguardo. Siamo restate per ore sedute l’una accanto all’altra. Ho tentato di comunicare con lei. Invano. Non ci si può vaccinare contro una pena come questa. Non ci si può riprendere da un viaggio come questo.» L’attrice sentirà ancora a lungo l’assordante silenzio del campo di Kidao.
Il 1° novembre dello stesso anno Audrey viene ricoverata: i chirurghi le tolgono d’urgenza un tumore al colon. Dieci giorni dopo è abbastanza in salute da poter uscire dall’ospedale ma solo tre settimane dopo la situazione si rovescia drammaticamente: alcuni esami supplementari rivelano uno stato generale molto peggiore di quel che si credeva. La malattia ha prodotto le metastasi. 

«Certo, ho paura di morire – dice agli amici intimi che vengono a trovarla – ma mi spaventa di più quello che accadrà a quei poveri bambini. Prego Dio perché cessino presto le sofferenze, ma temo che resti ancora tanto da fare…» 

Mercoledì 20 gennaio 1993, ormai vicina alla fine, i pensieri di Audrey volano verso i bambini dell’Africa. Ha un ultimo soprassalto di energia per chiedere se sono arrivati messaggi relativi ai piccoli somali. Le sue ultime parole sono «i miei cari bambini della Somalia».
Cade subito in un sonno tranquillo.

---

Bertrand Meyer-Stabley 
La vera storia di Audrey Hepburn


Lascia un commento

I più letti

Piccoli editori, cattivi pagatori?
29 . 11 . 2016

Piccoli editori, cattivi pagatori?

Piccoli editori, cattivi pagatori. Ogni tanto sul web viene riproposta questa equazione, ma è proprio così? In linea generale sì, è spesso così. N...

Scritto da: Ezio Quarantelli

Leggi post
Caro Motta, era difficile fare di più
18 . 10 . 2016

Caro Motta, era difficile fare di più

La politica di Federico Motta, presidente dell’Associazione Italiana Editori, comincia a dare i suoi frutti. Proviamo a elencarli: 1) due saloni d...

Scritto da: Ezio Quarantelli

Leggi post
Salone del Libro: chiamata alle armi contro l'arroganza e i soprusi
20 . 09 . 2016

Salone del Libro: chiamata alle armi contro l'arroganza e i soprusi

Tutto è cominciato con un'idiozia (l'idea di trasferire altrove il Salone del Libro di Torino). È proseguito con un sopruso (la decisione di crear...

Scritto da: Ezio Quarantelli

Leggi post